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Il padre del "calcio all'italiana"


E' stato il padre del calcio italiano. Tatticamente e non solo in termini di risultati. Vittorio Pozzo fu l'allenatore che consentì all'Italia di vincere tutto nel decennio 1930-1940, ma anche lo stratega che con il suo Metodo (WW) e il suo stile di gioco influenzò in modo decisivo lo sviluppo del cosiddetto "calcio all'italiana".
Aveva appreso i rudimenti del "football" attraverso significative esperienze maturate da giovane in Inghilterra, Francia e Svizzera. Gli anni da alpino nella Grande Guerra poi ne avevano temprato il carattere e convinto che il gruppo fosse più importante dei singoli. Dopo aver guidato l'Italia alle Olimpiadi di Stoccolma 1912 e a quelle di Parigi 1924, venne richiamato in via definitiva dal presidente federale Leandro Arpinati nel 1929. L'Italia, che nel corso degli anni '20 si era già trasformata in una potenza sul suolo continentale ottenendo un favoloso bronzo olimpico ad Amsterdam '28, con l'avvento di Pozzo salì l'ultimo gradino diventando la principale potenza mondiale. La squadra, tatticamente e come filosofia di gioco, rispecchiava in pieno gli ideali e i valori del ct originario di Ponderano. Fedele al Metodo, Pozzo pretendeva dai suoi disciplina ferrea e attenzione ai dettagli. Curava ogni particolare della dieta e obbligava i giocatori a seguire in modo rigido gli esercizi e gli orari degli allenamenti. Gruppo, solidità mentale, forza difensiva e velocità in fase di ripartenza: erano questi i dettami del suo credo. Non un rivoluzionario, dunque, ma un uomo ancorato alla realtà, alla razionalità, al pragmatismo. Per lui il risultato era più importante del bel gioco. Un precursore del calcio italiano, capace di anticipare quel "catenaccio & contropiede" ufficializzato dalla creazione della scuola calcio di Coverciano negli anni '60 e reso grande da Viani e Rocco, Bearzot e Trapattoni, Lippi e Capello. Nello schieramento tattico di Pozzo le figure chiave erano: i due terzini che dovevano giocare molto bassi e, liberi da compiti di marcatura diretta, chiudere in seconda battuta sugli attaccanti avversari; il centromediano, al contempo stopper e regista arretrato; le due mezzali. Rispetto al Metodo del collega e rivale austriaco Hugo Meisl, più incentrato sul possesso palla e il dominio degli spazi e dove i due interni erano di fatto dei veri e propri attaccanti, Pozzo voleva che almeno uno dei due fosse un uomo di raccordo con il centrocampo. Compito che spettava a Giovanni Ferrari, inesauribile "motorino" dotato di fosforo e sostanza, mentre l'altro interno Giuseppe Meazza, più offensivo, era il genio con estro e tecnica superiori. Naturalmente la tattica e le idee del ct da sole non bastavano: per passare dalla teoria alla pratica erano fondamentali le doti tecniche. E l'Italia in quel decennio produsse una quantità di talenti da fare spavento. Un connubio perfetto che consentì in otto anni di conquistare due titoli mondiali, due Coppe Internazionali (antesignane dei moderni Europei) e l'oro olimpico di Berlino '36 con gli studenti. Ancora oggi quello di Pozzo è il ciclo più vincente della storia azzurra.

Niccolò Mello







La nascita del mito


Se si pensa all'Italia di Vittorio Pozzo, la mente corre subito ai titoli mondiali del 1934 e del 1938.
Ma qual è stata la partita che ha avviato quel ciclo quasi irripetibile? Si è giocata l'11 maggio 1930 a Budapest. Era l'ultimo incontro della Coppa Internazionale - una sorta di Europeo ante litteram -, competizione che veniva giocata su più anni e vedeva al via l'Italia, le tre potenze del calcio mitteleuropeo (Austria, Cecoslovacchia e Ungheria) e la Svizzera.
L'Italia di Pozzo era arrivata all'atto conclusivo a 9 punti, appaiata all'Ungheria, e a -1 dalle capoliste Austria e Cecoslovacchia. Chi tra azzurri e magiari avesse dunque vinto la partita di Budapest sarebbe salito a 11 punti aggiudicandosi il successo finale e conquistando l'ambita coppa in cristallo di Boemia.
L'Italia aveva vinto la partita di andata, giocata a Roma il 25 marzo 1928, per 4-3. Era stato quello il primo successo ottenuto al cospetto dei maestri ungheresi. Pochi però pensavano che la storia potesse ripetersi, soprattutto perché in casa l'Ungheria pareva una corazzata difficilmente battibile. I giornali di Budapest, alla vigilia del match, celebrarono la vittoria come certa. La sottovalutazione dell'avversario però è un peccato che si paga spesso carissimo.
Pozzo presentò una formazione arcigna e combattiva, impostata secondo lo schema del Metodo, sistema di gioco a lui caro: davanti al portiere della Juventus Combi presentò una linea difensiva imperniata sui terzini Monzeglio (Bologna) e Calligaris (Juventus) con Colombari (Torino) e Pitto (Bologna) mediani laterali a occuparsi delle ali. Il centromediano, stopper e regista arretrato, era Ferraris IV (Roma). A creare gioco sulla trequarti toccava al sommo Baloncieri (Torino), il più grande calciatore azzurro degli anni '20, e a Magnozzi (Livorno). Costantino (Bari) e l'oriundo Orsi (Juventus) erano le ali. La vera mossa a sorpresa fu il centravanti: il ct di origini ponderanesi puntò sul 20enne Meazza (Ambrosiana Inter) alla quarta presenza in azzurro.
Pozzo era consapevole delle superiori doti di palleggio degli avversari in mezzo al campo. Li lasciò così sfogare nei primi minuti per poi fulminarli in fase di ripartenza al momento opportuno. La sua filosofia era la base del calcio all'italiana del dopoguerra, fatto di pragmatismo, difesa e ribaltamenti di fronte. Il copione si ripetè identico per tutto l'incontro: l'Ungheria tenne maggiormente in mano il pallino del gioco, ma si espose fatalmente al contropiede azzurro, andando incontro a una lezione solenne. Finì con un incredibile trionfo azzurro per 5-0 e la parte del leone spettò proprio a Meazza, la carta vincente di Pozzo. Il giovane Peppìn segnò tre reti di pregevole fattura: una di classe dopo un dribbling secco al difensore Turay e al portiere Aknai; un'altra di rapina correggendo in rete un cross di Ferraris IV da destra respinto malamente da Aknai; e una terza di furbizia deviando da pochi passi un cross pennellato di Orsi dal lato sinistro.
Quel successo, oltre a consegnare all'Italia la Coppa Internazionale, proiettò il nostro calcio in una nuova dimensione, aprendo la strada per un decennio di dominio totale sul resto del mondo.


UNGHERIA-ITALIA 0-5
Marcatori: pt 17' Meazza; st 20', 25' Meazza, 27' Magnozzi, 39' Costantino.
Ungheria: Aknai - Koranyi, Fogl - Borsanyi, Turay (c), Vig - Markos, Takacs, Opata, Hirzer, Titkos.
Italia: Combi - Monzeglio, Calligaris - Colombari, Ferraris IV, Pitto - Costantino, Baloncieri (c), Meazza, Magnozzi, Orsi.

Niccolò Mello


Immagine tratta da http://carmelosilva.blogspot.it/2017/08/1930-coppa-internazionale-ungheria.html





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